Veronika Crecelius, giornalista specializzata nel settore vinicolo italiano e tedesco, collaboratrice di punta di Weinwirtschaft, una delle principali riviste enologiche in Germania, si occuperà nell’ambito del Barbera d’Asti Wine Festival di “Barbera, da modernità a tendenza” in una masterclass che si terrà a Palazzo Alfieri il 13 settembre.

Qual è il suo punto di vista sul vitigno barbera e sul vino Barbera d’Asti in particolare?
“La Barbera d’Asti è senza dubbio la denominazione più identitaria per il vitigno Barbera, che certamente ha ruoli importanti anche in altre regioni e denominazioni italiane, per le sue caratteristiche specifiche, come la sua facilità di sviluppare zuccheri, la sua generosità, l’acidità e il colore.
Negli ultimi decenni il mondo della Barbera d‘Asti si è impegnato con molto successo per dimostrare la capacità di produrre grandi vini, potenti e longevi e ha valorizzato una zona particolarmente vocata per un Barbera importante, il DOCG Nizza. Per me è arrivato il momento di festeggiare e evidenziare l’anima forse più autentica e – nel contempo – anche più desiderata da una buona parte dei consumatori di vino: la freschezza, agilità, vitalità e croccantezza, la facilità di beva, il tannino morbido della Barbera d’Asti. Secondo le mie esperienze, una Barbera d’Asti unisce tutte le anime a un tavolo, è sempre la scelta giusta, si abbina con un’immensa varietà di cibi, anche esotici. Una Barbera d’Asti di qualsiasi tipologia riesce quasi sempre a trasmettere il territorio dal quale proviene, la tradizone, la cultura vitivinicola e contadina, la storia”.
Ha qualche ricordo in particolare che la lega alla Barbera d’Asti?
“La mia primae indimenticabile esperienza di una Barbera d’Asti fu un Bricco dell’Uccellone di Braida, bevuto negli anni 90 in Germania; allora non avevo ancora la minima conoscenza della denominazione. Iniziavo a capirne molto di più all’inizio degli anni 2000 quando visitai un giovane emergente vignaiolo e i suoi genitori ad Agliano Terme. Una fredda giornata d’inverno, pioveva fortissimo, l’acqua entrava in cantina. Il giovanotto era Alessandro Garetto, aveva rivoluzionato la cantina del padre Carlo, che prima non imbottigliava e portava le damigiane ai suoi clienti a Milano. Alessandro voleva far parte del grande cambiamento nel mondo del vino, voleva uscire dal mondo contadino e dalla Barbera contadina. Fu una visita molto didattica, perché Alessandro aveva creato tre tipologie con una chiarissima piramide: Barbera d’Asti base “Tra Neuit e Dì”, il vino preferito dal padre, poi il Superiore “In Pectore” e il suo grande successo: il potente “Favà”, l‘unico vino sopravvissuto perché Garetto ha poi venduto l’azienda e il marchio alla famiglia Gagliardo. Il Favà è un Nizza DOCG oggi. La visita di allora mi permise di cominciare a capire il prima e il dopo della “Barbera d’Asti revolution”, le persone, il duro lavoro, la sete di riconoscimento per questo vitigno, l’orgoglio e la voglia si dimostrare di non essere inferiori a nessuno, il forte legame tra l’uomo e il suo territorio – e anche la migliore cucina astigiana grazie alla bravissima Marisa, la madre di Alessandro“.
Come immagina la Barbera d’Asti tra dieci anni?
“In condizione e in grado di affrontare tutte le criticità del momento, spero. Il Consorzio si impegna molto nella ricerca scientifica, con la collaborazione dell’Università di Torino importanti progetti sono stati avviati. Il NoviAgri per esempio, che è dedicato all’ambito del controllo delle malattie in vigneto tramite la gestione dei trattamenti e la formulazione di protocolli di lotta, è indispensabile per affrontare la scomparsa di ulteriori vigneti. Importantissimo per il futuro della denominazione è anche il recente progetto Ageba, che si occupa del recupero e della valorizzazione del germoplasma antico del vitigno Barbera per l’adattamento al cambio climatico. Questo progetto vuole realizzare la selezione e lo studio di vecchi ceppi di epoca preclonale del vitigno Barbera, al fine di individuare piante che siano in grado di resistere al cambiamento climatico in atto. Con Ageba si potrà contrastare o almeno mitigare gli effetti del cambiamento climatico e i relativi impatti sul vitigno barbera in quanto le alte – a volte estreme – temperature del periodo estivo, causano un elevato aumento del titolo alcolometrico e una significativa caduta dell’acidità nei vini a base Barbera rendendo difficile da gestire la vinificazione e il consumo di prodotti troppo alcolici. Il recupero del germoplasma per selezionare piante più resistenti è un grande tema anche a livello nazionale. Ci lavorano anche altre denominazioni per esempio la Doc Sicilia”.
Barbera, da modernità a tendenza: ci può dare qualche anticipazione sulla sua masterclass?
“Saranno i vini più sexy che si possono trovare tra le aziende che aderiscono all’evento. Lascio l’onore ai colleghi di presentare le Barbera d’Asti e Nizza più famosi e importanti e mi dedico ai vini forse troppo sottovalutati, vini luminosi, croccanti e golosi, forse immediati ma mai banali, a quelli autentici che vorresti bere a secchi – sia Barbera d’Asti sia Barbera d’Asti Superiore. Sono vini che hanno le caratteristiche per essere di tendenza e convincere il giovane winelover di oggi che difficilmente si avvicina a vini pomposi e d’élite, ma non solo il giovane consumatore. Sento da tanti colleghi e amici che anche il loro gusto si è ormai spostato su tipologie più leggere”.

Marianna Natale è giornalista e comunicatrice specializzata nel settore enogastronomico; WSET level 2, sommelier Ais, Donna del Vino, collabora con testate locali e nazionali.