L’intervista è stata registrata a giugno 2023 a Monleale, presso i Vigneti Massa (AL), per la guida Slow Wine, edizione 2024.
Dal bellissimo corpo di vigne nel cru “Montecitorio” a Monleale, Walter Massa ci parla con orgoglio di tutto il lavoro fatto dai produttori dei Colli Tortonesi per far conoscere in Italia e all’estero il Timorasso e la Barbera di Monleale.
«Gli ettari di Vigneti Massa, da quest’anno sono diventati 31, grazie a un nuovo impianto destinato a completare la proposta aziendale. Oggi abbiamo 17 ettari e mezzo di timorasso, 11 di barbera, più di due di croatina, due di freisa e due di moscato. La produzione è di circa 160.000 bottiglie, più un buon numero di magnum.»
«L’obiettivo è portare avanti la viticoltura insegnata dai nonni senza stravolgere troppo. Gli stravolgimenti degli anni ’60 hanno mostrato i loro limiti e oggi si è capito che, per andare avanti, bisogna anche guardare indietro. Qui siamo nella vigna Montecitorio, nell’areale del Bosco Grosso, con filari disposti a rittocchino — come quasi tutti i vigneti aziendali» (una scelta che Walter considera la migliore soluzione ambientale e di sicurezza nella gestione del vigneto).
L’interesse per i Colli Tortonesi è in crescita e riguarda anche produttori importanti.
«Il timorasso è un’uva diversa dalle altre bianche italiane. È un bene, per due motivi: attira l’attenzione sui 5000 anni di storia del vigneto tortonese e completa la gamma dei bianchi italiani, perché è un’uva da vino bianco da affinamento. Il disciplinare impone un anno di affinamento in cantina o in qualsiasi vaso vinario. Così, nell’estate 2023 si bevono ancora i dertona 2021, mentre per altri bianchi italiani si arriva già all’annata successiva.

Questo dà all’Italia un ruolo importante anche nei vini bianchi, dove spesso si è detto che eravamo meno competitivi della Francia. Oggi non è più così: dall’Irpinia al Verdicchio, dal Gavi all’Etna, l’Italia è fortissima.»
«Bisogna modificare l’immaginario collettivo. Io l’ho fatto perché non avevo niente da perdere: ero figlio di contadini, nessun titolo nobiliare. Ho stravolto l’immaginario al punto che chi cerca un bicchiere di Dertona più è vecchio e più lo apprezza e lo paga volentieri.»
L’introduzione del tappo a vite
«I tappi di sughero sono inquinati o inquinanti. Il tappo a vite permette al consumatore di bere due tipi di vino: uno buonissimo, merito della terra; uno scarso, colpa di chi lo ha imbottigliato.»

Da un ettaro di Timorasso nel 1987 ai 400 del 2023
«Con il timorasso sono partito facendo un vino secondo natura, non naturale, nel 1987, usando il buon senso del buon padre di famiglia: poco intervento per vedere cosa usciva. È uscita una cosa dignitosa e sono andato avanti. Nel 1990 ho piantato la prima vigna, un ettaro. Poi sono arrivati due amici produttori, Paolo Poggio e Andrea Mutti. Abbiamo affrontato il nuovo millennio con tre ettari. Nel 2010 eravamo a 50 ettari; nel 2020 abbiamo passato i 100; nel 2023 siamo pronti alla vendemmia 2025 con 400 ettari di timorasso.»

«Nel 2005 siamo partiti con una superzona nella Doc: Monleale, sulla barbera. Barbera Monleale non è altro che un’interpretazione del vitigno barbera, il più diffuso in Piemonte, senza chiamarlo barbera perché è riduttivo. Bisogna smettere di comunicare il vitigno e cominciare a comunicare il territorio.»
«Il territorio ha circa 600 ettari di barbera, uva che hanno scelto i nostri nonni. Quando una cosa la scelgono i nonni non è per andare sulle guide, ma per fare reddito, PIL etico e non PIL estetico.»
La Barbera di Monleale avrà il tappo a vite
«La Barbera di Monleale avrà il tappo a vite, ovviamente sì. Stiamo lavorando sul tappo a vite anche per i rossi. La criticità è comprarsi la macchina, che costa circa 30.000 euro e in azienda crea sempre discussione. Ma permette di scegliere membrane con permeabilità diverse: per i bianchi una membrana in alluminio, per i rossi una in plastica. Starà a noi preparare i vini per queste permeabilità.»

«Così il consumatore saprà che Massa fa 30.000 bottiglie di Monleale l’anno e sono 30.000 bottiglie uguali. Non identiche, ma uguali nel senso che, se tu degusti la bottiglia numero 129 e qualcun altro la 130, chiuse col tappo a vite, nessuno potrà mettere in discussione le tue capacità di analisi. Con il tappo di sughero invece sì, perché le bottiglie non sono mai uguali.»