Intervista a Andrea Farinetti, guida Slow Wine, edizione 2026.
Casa E. di Mirafiore Maggio 2025, Serralunga d’Alba (CN).
La sostenibilità è un tema vastissimo, che non riguarda solo l’ambiente, ma anche gli aspetti etici e sociali. Ti impone di guardare l’azienda a 360 gradi.
Noi siamo partiti dal vigneto: agricoltura biologica, nuovi impianti, mantenimento della biodiversità, gestione delle acque e dell’energia. Ma la sostenibilità riguarda anche il contenitore, il “vestito” del vino.
Da cinque o sei anni abbiamo avviato un progetto che prevede l’utilizzo esclusivo di carte di origine naturale, riciclate oppure ottenute dal cotone, una materia prima che si autorigenera e non richiede l’abbattimento di alberi.
Oggi etichette, retroetichette e collarini sono realizzati esclusivamente con carte sostenibili.
Abbiamo inoltre ridotto drasticamente l’utilizzo del legno negli imballaggi. Un tempo tutti i Barolo, compreso il classico, erano confezionati in cassette di legno; oggi utilizziamo il cartone per la maggior parte delle referenze, riservando il legno soltanto ai cru, che rappresentano volumi limitati.
Tutti i cartoni provengono da materiale riciclato o da foreste gestite e sono certificati FSC e PEFC, così come il legno impiegato. È un modo concreto per preservare l’ambiente da cui provengono le nostre materie prime.
Sul vetro non abbiamo scelto la strada dell’alleggerimento, perché per noi la bottiglia rappresenta un elemento storico e identitario. Abbiamo però lavorato per renderla più sostenibile aumentando progressivamente la percentuale di vetro riciclato.
Oggi utilizziamo mediamente il 60% di vetro riciclato, con forniture che arrivano anche al 90%.
Anche la scelta del fornitore segue criteri di sostenibilità: le bottiglie vengono prodotte in Piemonte, riducendo così le distanze percorse e l’impatto del trasporto.
Lo stesso vale per le capsule: ci affidiamo a un’azienda che utilizza energia da fonti sostenibili e stiamo sperimentando le prime capsule in carta, che potrebbero rappresentare una delle innovazioni più interessanti dei prossimi anni.
Noi siamo in crisi dal post Rinascimento. Se ci pensiamo, è da allora che stiamo scendendo, pur in una società che continua ad aggiornarsi e ad andare avanti.
Da quando ho iniziato a fare vino, nel 2010, c’è sempre stata un’emergenza: prima una crisi, poi un’altra.
Eravamo diretti verso una globalizzazione sempre più spinta. Oggi, invece, stiamo vivendo una fase di deglobalizzazione.
Non dipende solo dai dazi: il Covid ha cambiato profondamente il modo di vivere, portando le persone a chiudersi e a sviluppare una visione più individualista.
Ma il vino, in fondo, è l’ultimo dei problemi. Le vere preoccupazioni sono le guerre e ciò che potrebbe accadere nel futuro.
Nonostante tutto, se si sanno cogliere gli spiragli e le opportunità che il mondo offre, le possibilità non mancano.
Per filosofia aziendale non abbiamo mai abbandonato il mercato italiano. Abbiamo sempre mantenuto un equilibrio, senza superare il 60% di export, pur sapendo che altre aziende del territorio sono arrivate all’80-85%.
Crediamo sia fondamentale preservare il mercato locale.
È un prodotto nato qui ed è giusto che chi vive questo territorio possa conoscerlo e consumarlo. Inoltre, se un visitatore straniero arriva in Langa e non trova il vino del territorio nei ristoranti o nelle enoteche, inevitabilmente si domanda se sia davvero un prodotto autentico.
Anche per questo continuiamo a investire sul mercato locale.
Di fronte ai dazi abbiamo scelto di assorbirne direttamente il costo, chiedendo però a tutta la filiera statunitense di non aumentare il prezzo finale.
Un dazio del 10%, infatti, lungo la catena di importazione, distribuzione e vendita può facilmente trasformarsi in un rincaro del 50%.
Il rischio è che prevalga la speculazione e che il vino perda il legame con la terra da cui nasce.
Per questo abbiamo deciso di condividere questo costo con il nostro importatore, mantenendo invariato il prezzo al consumatore.
Se riusciremo a ridurre gli effetti della speculazione finanziaria e il vino tornerà a essere prima di tutto un bene da bere e da condividere, e non un semplice oggetto di investimento, credo che il futuro del settore sarà più sereno.
Le vere novità dei prossimi anni arriveranno soprattutto dal vigneto.
In cantina e sul prodotto c’è ormai poco da inventare.
Il futuro sarà fatto di agricoltura rigenerativa, della riduzione della monocultura intensiva e del ritorno degli alberi nei vigneti.
Abbiamo già iniziato a reintrodurli e continueremo a farlo.
Le innovazioni più importanti nasceranno in campagna, combinando agricoltura biologica e agricoltura rigenerativa.